interviste – Stefano Mion

[® Stefano Mion]

GRUPPO AVAMPOSTI intervista l’artista Stefano Mion*

1 – In sole tre parole cosa rappresenta l’arte per te?

Stefano Mion: Onestà – Ricerca – Miglioramento

2 – Quale opera d’arte pittorica del dopoguerra ad oggi vorresti avere su una tua parete?

S.T. Uomo Seduto – Alberto Giacometti

3 – Cosa offre e cosa toglie l ‘arte nel web per un’artista non affermato?

S.M. L’opportunità più grande è sicuramente la possibilità di crescere, di studiare, di entrare in contatto con altri artisti, con il loro pensiero e le loro opere, siano essi affermati o emergenti. E di trovare quindi la propria strada, magari con qualche buon compagno di viaggio. Il rischio è che le opere rimangano solo sugli schermi dei pc e che la gente non senta la spinta di approfondire e di vedere l’arte dal vivo. Rischio comunque non correlato specificatamente alla rete, perchè era tale anche trent’anni fa con libri e cataloghi.

4 – Lo ritieni giusto pagare per esporre o per partecipare a qualunque iniziativa facilmente proposta via web ?

S.M. No! Credetemi. Ho partecipato per rendermene conto ad una (cosiddetta) mostra collettiva su invito (a pagare) e non serve a niente.

5 – Dicci, un libro, un film e un disco che ti ha particolarmente colpito negli ultimi due anni.

S.M. Libro: Fiore di poesia di Alda Merini, Film: Molto forte incredibilmente vicino di Stephen Daldry, – Album: Bitches brew – Miles Davis

6 – Invece vorremo sapere il nome di un’artista straniero e uno italiano che ami sempre dal dopoguerra ad oggi.

S.M. Irving Penn e Mario Giacomelli, entrambi fotografi

7- Tornando sul tema web per un’artista non pensi che tutto si sia inflazionato perdendo smalto e corposità, disperdendosi senza lasciare alcun segno?

S.M. Come ho già detto poc’anzi l’unico rischio è non sentire il bisogno di vedere l’opera dal vivo e accontentarsi quindi di una sua riproduzione. Credo comunque che un artista esigente con se stesso troverà un pubblico esigente che sfrutterà il web per quello che è (un potente mezzo di divulgazione e conoscenza) e non si accontenterà di semplici riproduzioni, ma cercherà un contatto con l’artista e le sue opere. D’altro canto l’artista che crea solo per darsi visibilità nel web, scambiandolo per una platea invece che per quello che è e uniformandosi ad esso perderà ogni colore e spessore e si inflazionerà.

8 – E se la pensi così dove sta la colpa e il problema? e cosa consiglieresti ?

9 – In poche parole: se fossi un curatore artistico scommetteresti sul tuo lavoro investendo tempo e denaro?

S.M. Ma si, certo! Se non altro perchè so che fotografo per passione, non per lavoro, non ho nessun committente da accontentare. Poi magari mi dico che non sono pronto, che ho appena iniziato la mia ricerca, che le mie foto potrebbero non piacere, che ancora non riesco a comunicare tramite loro e che quindi potrebbe essere molto difficile trovare un curatore che provi ora quello che provo io guardando le mie foto.

10 – Un libro o un saggio sull’arte che vorresti consigliare?

S.M. “ Quel che resta da fare ai poeti” di Umberto Saba. Credo sia un saggio sulla vita dal quale si può imparare l’onestà e la semplicità. E’ scritto nel linguaggio schietto e semplice che contraddistingue Saba, è corto e si legge in mezz’ora e ci sono perfino esempi pratici. Per non capirlo devi dirti : “ Farò di tutto per non capirlo “. Non ci sono alibi.

***

*Note biografiche
C’era un tale che non poteva parlare, e tutto ciò che aveva da dire lo scriveva sui fogli di un taccuino. E la sua casa era colma dei taccuini che aveva riempito negli anni. Lui passava ore intere e ore e ore a leggere e rileggere le sue frasi, a ricordare a chi erano rivolte, le emozioni, i momenti, i suoni, gli odori, il caldo, il freddo e la paura e la gioia e la solitudine e la noia. Ecco, le fotografie dovrebbero essere le parole di chi non sa parlare, dovrebbero raccontare di noi e di quell’istante, per sempre. E poi è bella questa Fotografia, un attimo sei al sole, al caldo alla luce e l’attimo dopo sei in camera oscura, profondo rosso, a sviluppare i tuoi rullini, a stampare i tuoi negativi, nella puzza dei chimici, col rubinetto che piscia di continuo perchè la baritata la devi lavare almeno mezz’ora in acqua corrente. E poi risali, aspetti ore interminabili sperando che le stampe siano belle, sì, perchè non le puoi guardare, perchè vanno asciugate a testa in giù, cazzo.

Sito web: http://www.ipernity.com/doc/stefano_mion/album

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